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giovedì 26 giugno 2014

L'equo compenso e i giornalisti a costo zero, l'immutabile frontiera dell'editoria

Si pretendono sacrifici, tempo, volontà. Si richiede una passione illimitata perché "il giornalismo lo puoi fare soltanto se sei disposto a rinunciare a tutto il resto".  A cominciare dall'avere uno stipendio, aggiungo, perché quella frase l'ho ascoltata più volte e mi ha lasciata basita quando a pronunciarla è stato un direttore di un giornale. Un direttore che, però, cercava - e cerca - giornalisti a costo zero.
La mia vicenda è comune a quella di molti altri aspiranti giornalisti in Italia. Più voci recriminano la scelta di scrivere gratis per avere il tesserino da pubblicista. Giusto, ma io mi chiedo dove sia l'Ordine dei Giornalisti e perché permetta agli editori di continuare su questa strada.
Come se non bastasse, la matassa si ingarbuglia ancora di più con l'odierno accordo Fieg-Fnsi sull'equo compenso: i sindacati della stampa hanno deciso che il prezzo della professione di giornalista è 20 euro ad articolo. Dove vanno a finire i sacrifici e il lavoro di 112 mila giornalisti iscritti all'Albo? Senza contare quelli dei non iscritti che vengono quotidianamente sfruttati. Dinanzi a loro quali aspettative ci sono?
Altro aspetto inquietante: il gioco del silenzio da parte di alcune grandi testate giornalistiche, le più importanti a livello nazionale. Le stesse che dicono di offrire un'informazione libera e indipendente non si esprimono su quanto accaduto. Non dovrebbero perché la libertà di stampa non può valere venti euro, e neanche la dignità di un giornalista.